C.A.I. il centro italiano contro la violenza. Perché se è violenza non è amore.

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CAI: centro antiviolenza italiano, parliamo con Ivana Giudice

IL CAI,  ovvero il centro antiviolenza italiano si occupa di fornire sostegno alle persone che subiscono violenze non solo fisiche ma anche psicologiche. Oggi sempre più spesso sentiamo notizie di questo genere,  per questo bisognerebbe parlare di queste tematiche,  in modo tale da proteggere le vittime,  soprattutto donne e minori, che sono a contatto con questa realtà.

Perché se è violenza, non è amore.

Abbiamo dunque intervistato l’avvocato Ivana Giudice, che gestisce la sede del CAI nella città di Matera, in Basilicata.

  • In cosa consiste l’aiuto che prestate alle donne che si rivolgono al centro?

L’aiuto prestato alle donne che si rivolgono al C.A.I. è a 360°. Svolgiamo attività di ascolto, di consulenza psicologica, legale e se necessario, attività di assistenza per allontanamento dalla residenza familiare, con collocamento presso case rifugio.

Quando una donna si rivolge al nostro centro, non è più lasciata sola. Riporto l’esempio di una giovane donna rumena, che uscita dall’ospedale si è trovata in difficoltà, perché non aveva né indumenti per il ricambio né un luogo in cui andare, ed era sera.

Nel giro di un’ora siamo riusciti a trovarle una sistemazione fuori regione, accompagnandola con i nostri mezzi, e abbiamo provveduto ad acquistarle il corredo intimo personale e gli abiti necessari per il ricambio. Nei giorni seguenti, ci siamo recate quotidianamente presso il luogo in cui era collocata, trascorrendo del tempo con lei, affinché non si sentisse sola, e assicurandole ogni tipo di supporto di cui avesse bisogno.

  • Quali sono i sentimenti e le emozioni provate dalle donne che arrivano al centro?

Quando una donna vittima di violenza arriva presso il nostro centro, è una donna provata emotivamente ed anche fisicamente. Dal punto di vista psicologico, è una donna defraudata della sua vita, del suo essere donna, a causa delle violenze psicologiche e fisiche subite dall’uomo che le sta accanto.

Per questi motivi, è una donna terrorizzata, perché ha paura che suo marito o il suo compagno o fidanzato, possa scoprire che lei si è rivolta ad un centro antiviolenza  e farle ancora più male. La paura è un sentimento comune alle donne che subiscono violenza. Per questo, è più facile per la vittima nascondere a se stessa la condizione in cui vive, piuttosto che prenderne atto e farsi sopraffare dalla paura di essere uccisa. La prima accoglienza è, quindi, indirizzata ad entrare in empatia con la vittima, infondendole fiducia in noi per rasserenare la sua fragilità emotiva.

Ciò perché la vittima teme anche di non essere creduta e per questo inizialmente è restia a raccontare tutti gli aspetti della vita e le violenze che subisce. Dopo la fase della rassicurazione e della fiducia, si passa al secondo step: i colloqui. Si, perché la vittima difficilmente decide da subito di denunciare il carnefice, ma preferisce ritornare a casa. I colloqui telefonici o di persona possono durare anche mesi. Dipende molto dalla donna e dal tempo che le occorre per decidere.